CENNI STORICI DI VITERBO E PROVINCIA |
Viterbo, Città del Lazio settentrionale, è situata sulle prime pendici dei Monti Cimini e distesa ad occidente verso l'ultimo lembo della pianura maremmana. L'altitudine media è 326 metri sul livello del mare. Il Comune di Viterbo occupa un'area di 406,27 kmq, popolata da circa 61000 abitanti e comprende numerose frazioni (La Quercia, Bagnaia, S. Martino al Cimino, Tobia, Roccalvecce, Grotte S. Stefano, Montecalvello, Monterazzano).
La Città, capoluogo della Provincia di Viterbo dal 1927 (territorio di 60 comuni con circa 295000 abitanti), consta di un vasto centro storico cinto da mura ed espansioni moderne circostanti, tranne a sud-ovest, dove si estendono zone agricole, archeologiche e termali.
Viterbo fa della piccola impresa il settore trainante dell'economia: è mercato agricolo, è attiva soprattutto nel settore dell'industria alimentare (vino, olio, salumi, distillerie), immobiliare e ceramica, vi si estrae la tipica pietra peperino ed è un astro nascente del turismo nazionale e mondiale.
La Città di Viterbo è sede vescovile, nel Medioevo ricoprì il ruolo di capitale della Cristianità e rimase (nonostante fosse anche un potente comune, uno dei primi a nascere nella penisola, nel 1095) per quasi un millennio sotto l'orbita del sistema pontificio, prima di entrare nel 1870 a far parte del Regno d'Italia.
I maggiori sviluppi dal punto di vista economico e culturale li ha conosciuti però soltanto negli ultimi decenni. Dal 1979 è istituita l'Università della Tuscia, in continua crescita, e a Viterbo ha sede dal 1986 la Sovrintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale. La Città viene frequentemente scelta come scenario di produzioni cinematografiche.
Viterbo riveste notevole importanza dal punto di vista militare con l'Aeroporto "Tommaso Fabbri" e le tre caserme del Centro Cavalleria dell'Aria (comando nazionale), della Scuola Marescialli dell'Aeronautica, e della Scuola Sottufficiali dell'Esercito.
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La nascita della Città di Viterbo è da individuare nell'Alto Medioevo. I Longobardi e il loro ultimo re Desiderio conquistarono e fortificarono un antico villaggio, detto da allora Castrum Viterbii, sul Colle del Duomo. Il nome della futura Città, di incerta etimologia, inizia ad apparire nelle fonti della metà del VIII secolo. Sul colle del duomo era esistito un modesto centro abitato etrusco il cui nome era Surrena o Sorrina, il quale passò ai Romani successivamente al 310 a.c. i quali lo trascurarono in favore del municipio di Surrena Nova, nato sulla collina antistante (Riello), e delle numerose ville patrizie sorte nei pressi degli stabilimenti termali lungo la Via Cassia (se ne contano ben quindici).
La fortificazione del Castrum Viterbii, che comprendeva anche una piccola pieve cristiana dedicata a S. Lorenzo, passò ai Franchi nel 774 e quindi fu donata da Carlo Magno alla Chiesa, che proprio in quegli anni, grazie a questa e ad altre donazioni territoriali, costituiva il primo nucleo dello Stato Pontificio. Si hanno poche notizie riguardanti la storia locale nei secoli IX e X, tuttavia è ipotizzabile una ripresa economica e demografica in base alla quale il Castello sul Colle del Duomo si espanse con nuovi borghi al di fuori delle proprie mura, fondendosi con altri "vici" che nel frattempo si andavano sviluppando su altre alture circostanti e creando un tessuto urbano che da lì a un paio di secoli sarebbe stato circondato da una cinta muraria.
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Nel XIV secolo, allontanatasi la corte papale, Viterbo ripiomba in balìa delle lotte fratricide tra le famiglie nobili e conosce per alcuni anni, fino al 1396, la signoria dei Di Vico, interrotta dal tentativo di restaurazione del dominio papale da parte del cardinale Albornoz (1354) e dal passaggio di Urbano V (1367) di ritorno da Avignone, sfociato in rivolta. Solo con il pontificato di Bonifacio IX (1389-1404) Viterbo rinunciò a buona parte dell'autonomia e si pose risolutamente sotto il papato. Le lotte tra casate tuttavia perdurarono tutto il XV secolo fino all'intervento pacificatore del papa Giulio II, eletto nel 1503 e fautore di una serie di vincoli matrimoniali tra famiglie rivali in modo da ottenere un periodo di pace. Un nuovo periodo di splendore Viterbo lo vive grazie al pontefice Paolo III (1468-1549), al secolo Alessandro Farnese, nativo di Canino e rinnovatore dell'urbanistica e della cultura cittadine.
Poco altro accadrà nei tre secoli successivi: le sorti della Città di Viterbo appaiono legate alle vicende dello Stato Pontificio. I fasti di un tempo sono ormai sepolti e la Città è immersa in un letargo dal quale si sveglierà molto tardi. E con analoga lentezza faranno strada, nell'Ottocento, le nuove idee liberali e risorgimentali che condurranno l'Italia all'unità nazionale: Viterbo sarà tra le ultime Città ad unirsi al Regno sabaudo (l'adesione fu sancita da un plebiscito) e ciò avviene soltanto il 12 settembre 1870, appena otto giorni prima della caduta di Roma. Il primo sindaco "italiano" fu Angelo Mangani.
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L'Unità d'Italia tolse a Viterbo la qualifica di Capoluogo di Provincia, che le sarà restituita solo nel 1927. Sarà il regime fascista ad avviare un primo programma di modernizzazione della Città di Viterbo,attraverso la realizzazione di importanti opere pubbliche, come la copertura dell'Urcionio e la creazione di Via Marconi, e a pianificare un'espansione esterna alle mura con i primi nuclei dei quartieri Cappuccini e Pilastro.
Numerose le manifestazioni a Viterbo (Feste di Santa Rosa su tutte) e le iniziative culturali, rinomate le stagioni teatrali e il Festival Barocco autunnale, nonché la Mostra Nazionale di Antiquariato e le giornate primaverili di San Pellegrino in Fiore. Anche lo sport offre un discreto panorama.
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Ma la seconda guerra mondiale sottopose i viterbesi a prove durissime: tra il 1943 e 1944 cospicui bombardamenti alleati semidistrussero la città causando innumerevoli vittime. Liberata l'8 giugno 1944, la ricostruzione impegnò pressoché tutti gli anni '50 e anche oltre. Nel 1959 la Città fu riconosciuta come “mutilata di guerra” per le perdite umane e gli sconvolgimenti subiti.
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Gli anni ’60 furono caratterizzati, come in tutta Italia, dal "boom" edilizio che spesso però fece rima con speculazione e che si è protratto fino ad oggi facendo assumere alla Città di Viterbo le dimensioni e il numero di abitanti attuali.
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Gli anni ’60 furono caratterizzati, come in tutta Italia, dal "boom" edilizio che spesso però fece rima con speculazione e che si è protratto fino ad oggi facendo assumere alla Città di Viterbo le dimensioni e il numero di abitanti attuali.
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Infine, durante il Giubileo del 2000, la Città di Viterbo è stata vivacizzata dal passaggio di una moltitudine di pellegrini, i quali hanno portato ulteriori risorse. Ed ecco che, dal 2002, anche l’economia locale potrà confrontarsi con i nuovi sbocchi offerti dalla moneta unica europea.
Negli anni più recenti, Viterbo ha aggiunto alle già fiorenti agricoltura e commercio anche un turismo sempre più in via di sviluppo che sta facendo salire notevolmente l’indice di notorietà di Viterbo sia in Italia che all’estero, con buone prospettive per il Terzo Millennio. E’ l’uscita definitiva da un anonimato sociale, culturale, economico durato decenni.
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La Città di Viterbo inoltre è sede universitaria in continua crescita (Università della Tuscia, dal 1979), discreta stazione termale, piazzaforte militare, e vi si svolgono numerose attività e manifestazioni culturali.
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Il Centro Storico di Viterbo è tuttora racchiuso da una bellissima cinta muraria pressoché intatta, che conferisce alla città antica una forma a "fegato". La cerchia attuale è il risultato di almeno quattro fasi di sviluppo, tra la fine dell'XI secolo e il 1270.
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Quindici porte (Porta Fiorita la più antica), alcune conservatesi nella forma medioevale, altre ampliate in forme monumentali dal '600 in poi, numerose torri di guardia, spettacolari tratti merlati per circa quattro km di mura interamente circonvallabili in auto.
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PORTA ROMANA: S. Sisto, Fontana Grande, Piazza del Plebiscito. Extra moenia: S. Maria in Gradi, Torre di S. Biele, S. Maria delle Fortezze, Abbazia S. Martino al Cimino
PORTA DELLA VERITA': Via Mazzini, S. Rosa, Piazza delle Erbe, Corso Italia. Extra moenia: S. Maria della Verità, Museo Civico, S. Maria del Paradiso
PORTA FIORENTINA: Piazza della Rocca, Quartiere S. Faustino, Via Marconi, Sacrario, Teatro dell'Unione. Extra moenia: S. Maria della Quercia, Villa Lante, Pratogiardino, Stadio "Enrico Rocchi", Piazza Caduti Aviazione dell'Esercito, Cimitero S. Lazzaro, Acquarossa, Ferento, Montecalvello, Grotte S. Stefano
PORTA FAUL: Sacrario, Piazza del Plebiscito, Quartiere Pianoscarano. Extra Moenia: Terme, Itinerario della Fede, Necropoli di Castel d'Asso.
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Il territorio della provincia si estende per circa 3.600 Kmq tra Roma, la Toscana, il Mar Tirreno e l'Umbria. La popolazione si aggira sui 300.000 abitanti ed il capoluogo è Viterbo con i suoi 60.000 abitanti,situata geograficamente al centro del territorio. Si trova in una posizione invidiabile, tra Umbria e Toscana, la Tuscia è una terra integra ed accogliente, con ampi spazi incontaminati ed antichi borghi medievali dove i ritmi di vita sono ancora scanditi dalla natura e dalle secolari usanze contadine. Ovunque, dai monti fino al mare, si possono ammirare le splendide testimonianze di un immenso patrimonio monumentale, unico ed irripetibile, con una miriade di necropoli etrusche, rovine romane, castelli, chiese e palazzi che rivelano l'importante evoluzione artistica e culturale vissuta da questa terra nel corso dei secoli.
Nei centri abitati della Provincia di Viterbo la vita è spesso rallegrata da feste e sagre paesane, quasi sempre legate a particolari ricorrenze religiose o ai consueti rituali della campagna. Numerose le mostre riservate ai prodotti tipici artigianali e le numerose fiere gastronomiche dove si possono degustare autentiche prelibatezze della cucina tradizionale e riscoprire i gusti di antichi sapori dimenticati.
Il clima è tipicamente mediterraneo, asciutto e mite d'inverno,fresco e ventilato d'estate, permette pertanto soggiorni piacevoli in ogni periodo dell'anno.
Conosciuta anche come Tuscia, la provincia esprime la vivacità di una zona dove l'economia è stata creata e non subita dall'uomo, dove l'agricoltura rappresenta, oltre che una grande risorsa anche un aspetto della civiltà locale, fiera e generosa, dove il commercio, di secolare tradizione, si orienta verso un'offerta di qualità, dove il folclore vive nelle feste e nelle rievocazioni.
La Provincia di Viterbo è costellata e valorizzata da memorie di storia e d'arte, non soltanto assunte a valori di per se stesse, ma anche ad occasioni per rispondere alle curiosità del turista. Ecco nascere da questi valori un turismo a dimensione familiare ed accattivante, fondato anzitutto su un rapporto umano, cordiale e disponibile.
In Provincia di Viterbo si punta anche sulla gastronomia dal momento che in poche ore i prodotti dei campi si ritrovano sulle tavole delle tante trattorie della zona.
La provincia di Viterbo, memoria di storie importanti e di grandi civiltà, come quella etrusca e quella romana, scrigno di inestimabili gioielli medioevali e rinascimentali, forse ha celato sin troppo accuratamente la bellezza della propria terra. Piuttosto che proporre un commento turistico di tanta bellezza,si preferisce giocare sulla meraviglia e sulla suggestione di altre storie. Storie di "Paesi che muoiono", di parchi animati da mostri di pietra e di antiche memorie, parleranno le mura, i palazzi, i castelli, i borghi medioevali, le splendide ville. Tra tutti gli itinerari religiosi della provincia,quello più conosciuto nei secoli è stato sicuramente la via Francigena. All'inizio del primo millennio l'Europa vide folle di pellegrini muoversi lungo gli itinerari sacri per raggiungere luoghi santi della religione cristiana,in particolare Roma. Tra le strade che conducevano a Roma,di primaria importanza era senza dubbio la via Francigena .
Per questa via transitarono, portati dagli uomini, culture, emblemi e linguaggi ed ancora oggi sono rintracciabili nel Viterbese frammenti e memorie di questi passaggi.
La Provincia di Viterbo, da Acquapendente a Monterosi passando per il capoluogo, è percorsa dalla via Francigena che in alcuni punti coincide con l'antica Cassia.
E' interessante scoprire come nei secoli alle "statio" Romane si siano sostituiti gli ospizi per pellegrini e come il viandante, il soldato, l'imperatore abbiano lasciato sempre una traccia o un ricordo scritto del loro passaggio o della loro sosta.
Molti paesi della provincia, come Acquapendente, Bolsena, Montefiascone, Ronciglione e Sutri, oltre la stessa Viterbo, debbono molto a questa importante arteria che nei secoli ne ha determinato lo sviluppo urbano. Nella Tuscia Viterbese l'interesse per l'archeologia viene premiato più di ogni altra cosa. I reperti archeologici si arricchiscono spesso di nuove scoperte che i musei del territorio stentano ormai a contenere, ma permettono di presentare in maniera del tutto esauriente un'idea di quella che fu una delle civiltà più evolute e misteriose, quella etrusca. La vicinanza con Roma e l'antica via Cassia, che portava alla città eterna, ha fatto si che il territorio risulti ricco anche di emergenze romane. Saranno questa volta i teatri, le "statio", i lastricati, le Terme, i centri abitati a parlare. Il paesaggio della provincia che si presenta agli occhi del turista è oltremodo vario; su un territorio così poco esteso si possono ammirare tante e diverse bellezze naturali che rendono la zona tra le più interessanti d'Italia.
La costa marina si presenta con un litorale sabbioso a ridosso del quale cresce la tipica vegetazione mediterranea.
Dal mare, spingendoci verso l'interno, la provincia di Viterbo si presenta dapprima pianeggiante in maremma, poi collinare fino al monte Cimino, ad oltre 1000 metri di altitudine, per poi ridiscendere nella valle del Tevere.
L'origine vulcanica del terreno della provincia ha favorito nei crateri ormai spenti la formazione due bacini lacustri, il lago di Bolsena (primo lago vulcanico d'Europa per estensione) e il lago di Vico, ambedue oasi naturali di rara bellezza. A sublimare il paesaggio della Tuscia è comunque la flora che, rispettata dall'uomo, è protagonista ovunque, contornando di faggi le cime più alte, e di boschi di querce e secolari castagni i rilievi più bassi. Non possiamo tralasciare un aspetto della natura che rende talvolta il paesaggio della Provincia di Viterbo così surreale e affascinante. A Viterbo affiorano sorgenti termali, le cui acque vengono sfruttate in massima parte a scopo terapeutico in appositi stabilimenti termali.
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Anche se può stupire, la Viterbo dell'800 è stata una città "rivoluzionaria per eccellenza":
prima della definitiva annessione al Regno d'Italia la città si affrancò dal governo pontificio per ben tre volte nel '49, nel '60 e nel '67. Centinaia di viterbesi combatterono nelle guerre di indipendenza o furono costretti all'esilio ad Orvieto, Perugia, Siena, Firenze, Bologna ogni volta che, svanite le speranze di libertà, veniva restaurato il governo pontificio.
Anche tra gli esuli viterbesi si erano delineate due diverse tendenze: quella sabauda a favore di una via diplomatica all'unità d'Italia e quella democratica che auspicava l'azione dei volontari. Una delegazione di viterbesi si recò fino a Parigi per sostenere l'ammissione della città all'Italia e un plebiscito per l'unificazione
fu tenuto clandestinamente durante l'occupazione dei francesi e dei pontefici. Si possono citare nomi di famiglie patriottiche come Mangani, Bazzichelli, Vanni, Papini, Carnevalini, Battaglia e Polidori.
Ed è testimonianza di questo fermento, forse poco spettacolare ma che serpeggiava nella città, la persecuzione che finiti i brevi periodi di libertà, colpiva parenti e amici dei patrioti esuli. Lo stesso vescovo Cardinal Pianelli, dopo i fatti del '60, fu richiamato a Roma ed assegnato ad altro incarico "a causa della eccessiva remissività nei riguardi dei rivoltosi".
Il 1848 è l'anno delle Rivoluzioni in Europa e in Italia, dove il fallimento della guerra federalista prima, e di quella sabauda di Carlo Alberto poi, favoriranno la ripresa del partito democratico in Sicilia, in Toscana, a Brescia e a Roma. Qui il triumvirato Mazzini, Armellieri, Saffi proclama il 9 febbraio la Repubblica Romana.
Contro la repubblica convergono subito tutte le potenze cattoliche cui Pio IX ha fatto appello. Dopo una disperata resistenza la repubblica cade il 4 luglio '49. Viterbo è coinvolta solo marginalmente nell'avvenimento, ma alla difesa di Roma partecipa un pugno di viterbesi fra cui Prospero Selli, Giustino Giustini, Evaristo Casanova. Muore a 26 anni Francesco Caprini, mentre "fu caldo repubblicano", pur senza compromettersi con una attiva partecipazione, anche
Angelo Mangani.
A ricordare gli eventi del '49 ci sono documenti molto interessati. Nel giugno il geometra Arciari chiede aiuti per la battaglia di Roma "agli abitanti delle Provincie della Repubblica Romana".
Ancora in giugno Ricci nominato Preside della Provincia di Viterbo trascrive la lettera che Prospero Selli invia al padre " i cannonieri viterbesi con altri hanno loro (i francesi al servizio del Papa) smontato quattro pezzi di artiglieria". Ma già il 10 luglio '49 un proclama del generale francese Moreis annuncia la sua venuta a Viterbo per ordine del generale Oudinot ed è del 20 luglio l'ordine bilingue del generale Moreis "Il governo del Sovrano Pontefice è ristabilito, tutte le insegne della Repubblica daranno immediatamente luogo a quelle di papa Pio IX".
Il 10 agosto una commissione è incaricata di "provvedere al disarmo dei viterbesi". Il 30 agosto la Compagnia dei Carabinieri Pontifici segnala che in Viterbo nel "caffè al Corso n. 101" e in case private si leggono giornali "incendiari" quali l'Opinione di Torino e l'Avvenire Toscano.
Il 7 settembre "Si proibisce al Teatro Genio la continuazione dell'opera lirica La Vestale, perché le allusioni all'antica Repubblica Romana avevano dato (il 6 settembre) eccitamento a qualche disordine dal lato di alcuni individui di ancora troppo calda reminiscenza della estinta ultima repubblica". Al ritorno del governo Pontificio cominciarono le persecuzioni dei sospetti. Vengono rimossi i funzionari compromessi, perseguiti gli esuli e le loro famiglie. L'Amministrazione Comunale comprenderà due deputati ecclesiastici e quattro canonici. Graverà sui cittadini una sovrimposta di 7000 scudi.
A quel tempo la provincia contava circa 128.000 abitanti ed il suo ordinamento, tranne le brevi parentesi del 60 e 67,rimarrà invariato fino all'unificazione al Regno d'Italia. Vanno anche ricordati alcuni nomi del centinaio di viterbesi che già nel '48 erano accorsi ad aiutare le popolazioni insorte del Nord fra i quali: Cesare Bertarelli, Francesco Canevari, Giovanni Pagliacci, Luigi Savini. La politica di Cavour mirante ad indurre gli Italiani a riunirsi, attraverso un'azione diplomatica, intorno ad un programma di monarchia costituzionale, è interrotta nel 1959 dalla II guerra di indipendenza che vede il Piemonte alleato alla Francia.
Il conflitto quando ormai le operazioni militari avevano assunto un andamento favorevole è improvvisamente interrotto all'Armistizio di Villafranca offerto da Napoleone all'Austria. Seguirono le annessioni per plebiscito della Toscana e dell'Emilia mentre il Piemonte cedeva in compenso a Napoleone Nizza e la Savoia.
Il Papa lanciava la scomunica contro chi aveva occupato i suoi territori e preparava un esercito di mercenari stranieri, comandato dal generale francese Ramosiciere, per difendere il potere temporale. Il 1860 sarà l'anno dell'impresa dei Mille che porterà all'unificazione del Regno d'Italia, proclamata il 17 marzo '61. Dieci giorni dopo un dibattito parlamentare voluto da Cavour porta all'acclamazione di Roma capitale.
E' qui il caso di fare la cronistoria di un anno particolarmente tormentato per la Città.
Il 17 settembre '60 il comandante militare pontificio proclama lo stato di assedio nella provincia di Viterbo. Il 21 settembre il colonnello Masì, comandante di una colonna di volontari detti Cacciatori del Tevere, avendo già occupato Orvieto, entra in Viterbo e annuncia la costituzione di una Commissione Municipale Provvisoria per il Governo della Provincia formata da Emanuele Martucci, Filippo Salvatori, Flaviano Polidori, Carlo Savini, Palemone Giannini, Angelo Mangani, Angelo Viviani.
Il 22 settembre il Comitato segreto di insurrezione della Città e Provincia di Viterbo dichiara decaduto lo Stato Pontificio. Il 9 ottobre la Commissione Municipale di Viterbo protesta contro l'intervento delle truppe francesi. L'11 ottobre i soldati francesi rientrano in Viterbo. Seguirà una spietata repressione contro i patrioti, mentre vengono redatte liste di persone sospette di essere "caldi fautori del partito rivoluzionario". Molti prendono la via dell'esilio, passando il Tevere e rifugiandosi nell'Umbria ormai libera.
Anche il tentativo di Garibaldi di marciare su Roma nel novembre del 1867, finito con l'infausto episodio di Mentana, ebbe ripercussioni su Viterbo. Dopo la terza guerra di indipendenza, conclusa con l'umiliante pace di Vienna il 3 ottobre '66, i Democratici e il Partito d'Azione ripresero ad agitarsi violentemente per la soluzione della questione romana.
Rattazzi, primo ministro del Regno d'Italia, pensò di risolvere la questione dando mano libera a Garibaldi.
Intanto a Roma era stato predisposto un moto insurrezionale al comando di Enrico e Giovanni Cairoli, facilmente sopraffatti a Villa Glori, malgrado l'eroica resistenza, dal preponderante numero dei militari pontifici. Garibaldi il 24-26 ottobre si impadroniva di Monterotondo, ma i francesi sbarcati a Civitavecchia e armati di Chassepots, i nuovi fucili a retrocarica, lo sconfiggevano a Mentana il 3 novembre.
Proprio nel corso di queste vicende Viterbo, per il breve periodo che va dal 28 ottobre al 7 novembre fu libera per la terza volta. Venne costituita una Giunta Comunale composta dal Conte Francescano Gentili, da Francesco Carnevalini, Ermenegildo Tondi, C. Vitarelli, F. Papini, Alessandro Pollidori, Pietro De Rossi e Giustino Giustini. I fatti di questi brevi ma febbrili giorni meritano un più ampio spazio. Il tentativo di Garibaldi venne infatti sostenuto da un contingente di volontari comandati dal generale Acerbi le cui avanguardie nella notte tra il 28 e il 29 settembre raggiunsero Soriano, Bomarzo, Grotte S. Stefano, mentre altri nuclei, occupate Ischia di Castro e Farnese, puntavano su Canino e Valentano.
L'unico fatto d'armi di una certa importanza fu quello che tenne impegnati per tre giorni i soldati pontifici a fronteggiare i garibaldini asserragliati in Bagnoregio.
La colonna Acerbi tentò di occupare Viterbo il 26 ottobre. Ed è questo un episodio interessante anche perché la cronaca dei fatti è diversa asseconda che si senta la parte garibaldina o pontificia. La rivista Civiltà Cattolica sostiene che i soldati pontifici "se non avessero avuto a fronte le truppe irregolari di Vittorio Emanuele II, fino allora da essi combattute e respinte, non avrebbero certamente abbandonato un palmo di territorio" ed aggiunge a giustificare l'abbandono temporaneo di Viterbo che oltre al progressivo accrescersi dei garibaldini "scorgevasi imminente il passaggio delle truppe regolari per compiere l'invasione cominciata dalle irregolari in nome di quel Re".
Una testimonianza di opposta tendenza che ha l'immediatezza della cronaca è quella della Gazzetta di Viterbo del 3 novembre '67 probabilmente redatta da un protagonista dell'attacco dei garibaldini. "Dopo una lunga e faticosa marcia giungemmo a Viterbo a un'ora dopo di notte. Dovevamo girare intorno alle mura ed entrare da un luogo non guardato e indifeso. Questa operazione però venne impedita da una pattuglia di dragoni pontifici usciti da Porta Fiorentina. La pattuglia fu arrestata, e dopo una scarica dei nostri, volse in fuga verso la città, ma i nostri incalzarono il nemico fino alle porte e avrebbero certamente penetrato nella città, se la pattuglia non fosse stato a cavallo. Tosto si chiusero le porte.
Non valsero gli sforzi dell'egregio capitano signor Barbieri allora sopraggiunto, per mettere fuoco a Porta Fiorentina imperciocchè, dal di sopra, venivano gli zuavi a spegnerlo con acqua e gittavano sassate sui nostri che lavoravano di sotto. Convenne rivolgersi a Porta Verità e questa fu presto accesa ed arsa, e il signor maggiore De Franchis tentando entrare in città e un frate della Quercia che era sua guida, fu colpito da cinque palle a un tempo. Il generale veduto essersi resa impossibile l'entrata per non poter conoscere le forze del nemico che manteneva un fuoco continuato da tutte le parti , stimò opportuno ritirarsi alquanto per riordinare i suoi e attendere l'alba del 25; ma saputo di poi che sarebbero giunti i presidi pontifici di Montefiascone e di Bagnorea per rinforzare il nemico, onde non compromettere l'intera colonna,
stanco per la lunga marcia di tre giorni e i disagi patiti nel cammino, si ritirò".
Mentre quindi da parte democratica lo scontro del 24 ottobre viene considerato determinante per gli ulteriori sviluppi, da parte papalina si sostiene la decisione di non abbandonare il territorio se ci fossero state in aiuto le truppe regolari di Vittorio Emanuele II. E ancora una testimonianza viene dal Sommario di Angelo Signorelli la cui edizione fu curata con grande attenzione dal prof. Bruno Barbini nel 1978. Il Signorelli al contrario di quanto aveva fatto nel '60 e di quanto farà nel '70 in questa circostanza non si impegna in prima persona ma lascia un ampio racconto dei fatti.
"Il 23 ottobre il generale Acerbi si incontra a Celleno con una deputazione di progressisti viterbesi che si dichiarano pronti ad insorgere nel Piano di Faul in appoggio al contemporaneo attacco notturno dei Garibaldini. Ma ben pochi cittadini furono presenti al convegno, ne la campana del Comune fece udire, in segno di rivolta, i suoi rintocchi a storno.
Scontratisi i dragoni pontifici con i garibaldini sulla via Teverina, quelli ebbero un morto e due feriti: il disordinato attacco ad alcuni punti della città fu respinto a colpi di fucile, dal lancio di pietre e dal getto di secchi di acqua bollente. Allora i Garibaldini incendiarono i battenti di porta della Verità, aprendo una breccia nella sommaria difesa: il maggiore Luigi De Franchis, comandante degli assalitori, inviò i Priori del Convento Minorita del Paradiso e quello Servita della Verità a trattare la resa presso il Cardinale Gonnella.
Dichiarata questi la sua incompetenza in merito e rifiutatosi fermamente il comandante della guarnigione pontificia di parlamentare, il De Franchi avanzò tra le rovine dell'incendio preceduto dal trombettiere Gioacchino Illuminati, agitando con la mano sinistra un fazzoletto bianco e stringendo a se con la destra un frate Servita, per dimostrare la sua pacifica intenzione. Fattisi avanti di alcuni passi, il maggiore e il trombettiere venivano uccisi da una raffica di moschetto, il frate ferito moriva dopo 3 mesi all'ospedale mentre alcuni altri garibaldini erano fatti prigionieri. Sembra che il generale Acerbi, rimasto anch'egli ferito, dopo aver constatato l'assenteismo completo dei viterbesi con dolore rinunciasse, sul momento, a proseguire l'azione.
Ma, grazie all'improvviso richiamo a Roma della guarnigione pontificia della Piazza, la sera del 28 ottobre, preceduti dalla banda cittadina, i Garibaldini facevano gioioso ingresso a Viterbo. Il generale Acerbi prendeva residenza nel Palazzo di Governo, confermandosi "prodittatore di Garibaldi" con l'invito ai cittadini di pronunciare i loro desideri attraverso un libero voto. Un resoconto anonimo sul plebiscito del 4 novembre attesta che i voti favorevoli all'insurrezione furono 4.697.
La questione romana trovò la soluzione dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan. Non sentendosi più vincolato dalla
Convenzione di settembre Vittorio Emanuele II scrisse al Papa una lettera invitandolo a rinunciare spontaneamente al potere temporale. Di fronte al diniego del Pontefice il governo italiano inviò a Roma le sue truppe al comando del generale Raffaele Cadorna.
Il 12 settembre 1870 le divisioni italiane entrarono nel viterbese . Il corpo comandato dal generale Cadorna entrò da Borghetto, mentre Nino Bixio penetrava da Orvieto e il generale Ferrero da Orte. Dopo pochi colpi di cannone capitolò anche il forte San Gallo di Civitavecchia. Otto giorni dopo il corpo di spedizione sarebbe entrato a Roma da Porta Pia. Il 2 ottobre furono fatte le votazioni per l'ammissione il cui esito fu comunicato al popolo il 3 ottobre dalla loggia del Palazzo del Comune tra suono di campane, sventolare di bandiere e luminarie.
Il Plebiscito diede per il capoluogo i risultati seguenti: iscritti a votare 4.541; votanti 4.284; favorevoli 4.251; contrari 32; voti nulli 1.
Il 24 dicembre fu eletto primo sindaco di Viterbo Italiana Angelo Mangani. Il 15 ottobre successivo, con
l'aggregazione di quasi tutto il Lazio alla provincia di Roma, Viterbo perdette la qualifica di capoluogo per la seconda volta dopo l'età napoleonica. La riavrà soltanto nel 1927 con la costituzione in provincia.
Scritto da Bronzetti Giancarlo
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